Unified Commerce

Unified Commerce

Unified Commerce: lo standard a cui il retail dovrebbe tendere

Si è appena concluso il Netcomm Forum 2020, in edizione completamente digitale, e quanto è emerso è che in meno di tre settimane, causa COVID-19, ben 2 milioni di Italiani hanno iniziato a comprare online.

Il 3 aprile 2020 era già uscito un articolo su Forbes.it che segnalava la rivoluzione in corso nel mondo del retail. Il 75% di chi aveva comprato online nel mese di marzo non lo aveva mai fatto prima.

Nella situazione attuale, i rivenditori in ritardo nel loro percorso di strategia omni-channel hanno l’opportunità di evolvere e superare la concorrenza grazie allo Unified Commerce.

Ma cos’è lo Unified Commerce?

Lo Unified Commerce è l’evoluzione dell’Omnichannel Retail.

Gli utenti si aspettano di vivere una Customer Experience Integrata nei vari punti di contatto: negozio, web, eCommerce, social, contact center.

Lo Unified Commerce era a fine 2019 una tendenza che si stava manifestando in tutto il mondo, ma ora è presumibilmente l’arma più efficace per il retail di superare questa crisi e di crescere nel lungo periodo e soprattutto nel momento in cui si tornerà ad una “nuova” normalità.

Secondo alcuni esperti del mondo retail (BRP Boston Retail Partners) l’Omni-channel strategy collega i canali digitali e fisici in modo che l’esperienza sia fluida, mentre lo Unified Commerce abbatte letteralmente i muri tra i silos interni ai diversi canali e soprattutto all’interno delle company che lo adottano. Le piattaforme di Unified commerce combinano POS, mobile, web, social commerce, call center, clienteling in un’unica piattaforma integrata.

Tre priorità d’azione per i retailer

  • Trasformazione digitale del business: serve ristrutturare i silos aziendali tenendo come filo conduttore la customer experience integrata.
  • Modernizzazione dell’IT: è necessario accorciare i tempi di risposta alle richieste del business grazie alla tecnologia (agile, DevOps) e stack tecnologici basati su micro-servizi.
  • Evoluzione della gestione dei prodotti: serve una nuova organizzazione di gestione del prodotto che sia omogenea con i punti di contatto e i percorsi progettati per il cliente, il tutto attraverso un’ottimizzazione guidata dall’analisi dei dati.

Ma il punto realmente fondamentale è definire la piattaforma per gestire in tempo reale web, mobile, negozi fisici.

E-commerce, mobile commerce, call center, touch-points fisici e in-store vanno implementati all’interno di un’unica piattaforma, così come la gestione di tutto il processo di ordinazione e consegna, il tracciamento dei dati dei clienti, le informazioni in arrivo da CRM e POS, l’organizzazione di resi e inventario.

In questo modo si ottimizzano i workflow aziendali e le risorse impiegate in termini di effort, infrastrutture, costi.

Allo stesso tempo l’utente è libero di ottenere una customer experience personalizzata, aumentando il suo grado di soddisfazione e fidelizzazione.

Con il Cloud Computing è possibile gestire il negozio (o i negozi) in maniera molto più semplice, economica e veloce rispetto alle soluzioni on-premise.

Uno store può fare affidamento su piattaforma gestionale, di marketing, POS, eCommerce e tanto altro.

É di vitale importanza che questi siano tra loro integrati.

Non è però sempre facile far parlare tra di loro tante piccole soluzioni on-premise.

In questa sfida che riguarda tutta l’infrastruttura IT, viene in aiuto il Cloud.

Grazie alle API (Application Programming Interface) i programmatori hanno infatti a disposizione uno strumento che consente di gestire in maniera autonoma tutte le funzionalità, potendo automatizzarle e integrarle tra i vari sistemi (es. NetSuite con Hubspot, o HubSpot con Scloby).

Il risultato finale sarà avere tutti i dati di cui si ha bisogno in un unico database accessibile dalle diverse piattaforme, che dialogano tra loro in Cloud, e che aggiornano in continuazione le informazioni.

La sfida non finisce certo qui.

Altro punto nodale riguarda le scelte distributive ed integrazione dei canali tradizionale e digitale.

Le imprese si concentrano sul controllo delle strategie di marketing mix su tutti i canali al fine di mantenere la corretta brand image in tutti i punti vendita diretti e indiretti attraverso la gestione di una coerente politica di marca e di insegna.

Affinché brand identity e brand image siano coerenti con la strategia multicanale adottata, l’impresa deve essere in grado di creare un’atmosfera distintiva e una serie di servizi ad hoc che allineano la comunicazione tra i diversi canali affinché creino nella mente del consumatore una visione univoca del brand.

Per ottenere questo risultato le imprese cercano di adattare le politiche commerciali di marca, prodotto e punto vendita utilizzate nei canali diretti alle esigenze dei canali indiretti.

La difficoltà maggiore consiste nell’allineare le politiche di distribuzione di tutti i canali e nella simmetria tra segmentazione industriale a monte e quella commerciale a valle.

Le imprese dovrebbero attuare sinergicamente la diversificazione delle strategie distributive considerando l’importanza e la strategicità di ciascuna alternativa in relazione al mercato di riferimento e al momento specifico.

Se le società si concentreranno nell’automatizzare i processi e ad ottimizzare tutto attraverso una corretta analisi dei dati e dotandosi di vere piattaforme di Unified Commerce, superando tutti i silos e capendo che i differenti canali in realtà agli occhi del consumatore sono uno e uno soltanto, ovvero il brand che parla e che gli offre la possibilità di acquistare il prodotto/servizio che necessitano nel momento e nel luogo che preferiscono, potranno uscire da questa crisi più forti di prima.

SMART WORKING E LAVORO REMOTO

M2 Smartworking

Smart Working e Lavoro in Remoto: quali sono le differenze?

Il lockdown ha portato con se nuove modalità di lavorare per un parte della popolazione.

Se per freelance, piccole società di consulenza, come M2 Consultancy, lo smart working è la norma, per molti è stata una novità.

In realtà, però, quello che è stato definito anche a livello governativo modello di lavoro “agile”, non è esattamente Smart Working, bensì Lavoro in Remoto.

Cosa significa effettivamente Smart Working?

Significa semplicemente lavorare al di fuori di un “normale” modello di lavoro. È un modo di lavorare adatto alle proprie esigenze. Per chi è dipendente, e quindi ha un classico lavoro d’ufficio, la formula Smart Working si costruisce ad esempio comprimendo le ore di una settimana, grazie a giorni più lunghi e ad esempio al venerdì libero tutto l’anno, oppure nella possibilità di scegliere, sulla base del proprio schedule, quando lavorare da casa, riuscendo comunque a garantire produttività ed efficienza (dove viene quindi impostato il numero di ore lavorate per anno e quando e dove lavorare lo si sceglie).

Società come Amazon incentivano da anni lo Smart Working. Se un dipendente soffre di insonnia e preferisce lavorare di notte, da casa, e di giorno recuperare le ore di sonno, lo può fare. L’importante è l’output, le sue performance, e non la presenza alla scrivania all’interno di uno dei fantastici uffici sparsi per il mondo.

Essenzialmente lo Smart Working consente alle persone di lavorare in modo flessibile, consono alle proprie esigenze, senza ledere i risultati. Semplicemente non si è vincolati ad un orario, ad una scrivania e ad una formula canonica 9-18.

La libertà dovrebbe portare con sé positività, aumento della creatività e senso di indipendenza e responsabilità.

Lo Smart Working è uguale al Lavoro in Remoto?

Una specie. Il Lavoro in Remoto, o lavoro a distanza, è un tipo di lavoro flessibile, il che significa che non ci si sposta quotidianamente in un ufficio e può anche essere definito Telelavoro o “lavoro da casa”. Lavorare a distanza significa lavorare da qualsiasi luogo. In effetti, alcuni lavoratori in remoto non “incontrano” fisicamente i loro datori di lavoro, ma connettendosi digitalmente possono effettivamente trovarsi da qualsiasi parte del mondo. Purtroppo però, il Lavoro in Remoto, specialmente in lockdown causa Covid-19, finisce per essere gestito dal tavolo della cucina, o per i più fortunati da una scrivania/ufficio di casa.

Devo essere libero professionista per Lavorare in Remoto?

Non è necessario. Sebbene il lavoro a distanza sia estremamente popolare tra i liberi professionisti, le piccole imprese e le start-up, anche nelle grandi corporation ormai è diventato una formula abbastanza comune. Probabilmente post pandemia molte società, che hanno dovuto adottare la modalità di lavoro da remoto per necessità, continueranno a garantire questa possibilità ai propri dipendenti e collaboratori.

Una volta dimostrato all’atto pratico che il lavoro può proseguire ed essere portato avanti nello stesso modo, e in alcuni casi, anche in maniera più funzionale, la paura di non vedere fisicamente le risorse alla scrivania si allontaneranno sempre più; senza contare un vantaggio che molte società hanno scoperto da tempo, uffici più piccoli, più economici, perché in realtà i dipendenti e i collaboratori non si troveranno mai tutti insieme lo stesso giorno in ufficio con la necessità di avere una scrivania a disposizione.

Video Conference Call: otto regole chiave

Video Conference Call

Video Conference Call: otto regole chiave

“Poche semplici regole per migliore la nuova vita lavorativa quotidiana.”

A fine febbraio 2020 ci siamo ritrovati all’inizio di un periodo complesso, nuovo e difficile, che ha iniziato lentamente a sconvolgere la vita di tutti noi.

Per alcuni, l’isolamento a casa per evitare il diffondersi del virus Covid-19, ha portato anche ad una nuova modalità di lavorare.

Lo Smart Working, o sarebbe meglio dire il Remote Working.

Le riunioni di lavoro si sono così trasformate in Video Conference Call, ma non è sempre detto che sia così semplice passare da un sistema analogico ad uno digitale in termini di efficacia.

Ovvero, se spesso le riunioni rischiano di essere lunghe, poco produttive e confuse in modalità fisica, lo stesso può succedere, anche con maggiore facilità in modalità online.

 

Ecco perché poche semplici regole possono venire in aiuto e migliore la nuova vita lavorativa quotidiana.

 

Video Conference Call: otto regole chiave

 

  1. Definire l’obiettivo e l’agenda della Video Conference Call
  2. Fare in modo che sia breve, ma efficace e produttiva
  3. Arrivare preparati al meeting
  4. Registrare la Video Conference Call per i colleghi assenti
  5. Ottimizzare la connessione e gli strumenti per VCC (video conference call)
  6. Minimizzare le distrazioni
  7. Far durare la riunione il tempo necessario
  8. Se non si sta parlando mettere in muto per evitare rumori di fondo

 

La tecnologia può essere di aiuto, ma va adeguatamente utilizzata e compresa.

Resta poi fondamentale il tocco umano.

Se nelle riunioni fisiche la sola presenza corporea, il modo di interagire può letteralmente cambiare una situazione e/o una decisione aziendale, online bisognerà trovare il modo migliore per riuscire a comunicare il proprio punto di vista, farsi sentire/percepire, diventando dei bravi comunicatori da remoto.

Win Win Approach

Win Win Approach

WIN WIN APPROACH

“Come cambiare atteggiamento per migliorare il team e ottenere i risultati pianificati.”

La co-creazione, il lavoro di squadra, sono elementi fondamentali per creare soluzioni Win Win.

Il collettivismo, largamente inteso come opposizione all’individualismo, enfatizza l’interdipendenza di ogni essere umano all’interno di un gruppo collettivo, e le priorità del gruppo sulle finalità individuali.

La realtà è che la visione del gruppo deve essere allineata, il rispetto delle professionalità e delle capacità personali valorizzati, perché sono le differenze, le diversità degli individui che contribuiscono a migliorare un team.

Disaccordo e diversità sono naturali e possono diventare un valore.

Esistono sei step per aiutare un gruppo ad accrescerne la propria fiducia, così che la squadra possa realmente vincere:

1 – Riconoscere e accettare le differenze

Problemi, sfide o conflitti devono essere riconosciuti e discussi. Questo aiuta il team a unirsi per trovare soluzioni o ad identificare un obiettivo comune che aiuterà ogni membro della squadra a lavorare con maggiore impegno insieme agli altri;

2 – Individuare un terreno comune

Il conflitto va messo in prospettiva con gli obiettivi della squadra e se esistono impedimenti al raggiungimento degli obiettivi, queste questioni diventano prioritarie, perché vanno risolte;

3 – Comprendere le diverse opinioni

Mettersi nei panni dell’altro per capire qual è il suo modo di pensare, da dove arrivano gli spunti, le intuizioni. Questo passaggio ha l’obiettivo di acquisire informazioni, non necessariamente volte a trovare un accordo;

4 – Lavorare per risolvere il problema

Le differenze di opinione sono accettate e spesso gradite. Si attacca il problema, non la persona. Come squadra bisogna sempre trovare la migliore soluzione per raggiungere gli obiettivi che si sono fissati. Importante farlo senza mai dover compromettere i propri valori;

5 – Sviluppare un piano di azione

È fondamentale definire in maniera estremamente specifica cosa farà ciascun membro del team. Ne uscirà un documento programmatico che responsabilizza in maniera chiara ed inequivocabile ogni membro della squadra.

6 – Follow-up

Il piano viene messo in pratica, ma bisogna seguirne gli sviluppi e se necessario provvedere alle necessarie ottimizzazioni.

 

“Teamwork begins by building trust. And the only way to do that is to overcome our need for invulnerability.” – Patrick Lencioni

Digital Audit

DIGITAL AUDIT: serve, ma perché?

Le società si stanno tutte muovendo sul digitale. Alcune sono ad un livello più avanzato, altre stanno muovendo alcuni passi con cautela.

Gli investimenti sul digitale crescono e stanno cominciando a pesare parecchio. Diventa quindi fondamentale analizzare, in maniera costante, le performance delle proprie property digitali, i canali social media, se presenti, valutare come si sta utilizzando gli strumenti paid e owned, il tutto riparametrando la propria realtà nei confronti di quella dei competitor, e perché no, anche di best case che esulano dal mercato in cui si opera.

Monitorare durante l’anno, o i mesi, o le settimane gli analytics di Google non è sufficiente. È sicuramente utile, ma non abbastanza.

Guardando le performance di ogni singola azione in ambito digitale, si può capire dove si perdono utenti, come mai non si aumentano i lead, oppure perché straordinariamente la ricerca organica funziona meglio di quella a pagamento.

Significa avere una visione d’insieme, che poi va necessariamente in profondità, scrutando con occhio critico ogni elemento, ogni azione compiuta online.

Chiaramente questo tipo di attività è possibile farlo una volta l’anno, così da avere un’idea precisa di come stanno andando effettivamente le cose, per poter correggere la digital strategy dell’anno successivo, oppure nel frattempo, attuare dei mini correttivi in tempi brevi.

È così vitale per ogni azienda? Di base si, soprattutto se si è dotati di un e-commerce.

È l’equivalente di analizzare la rete vendita della società o i canali di distribuzione, perché alla fine del funnel l’obiettivo resta sempre uno, e uno soltanto, vendere.

Per farlo però bisogna capire sempre in maniera efficace con chi si sta parlando, qual è il target, come lo stiamo raggiungendo, se gli stiamo parlando nel modo giusto, se quello che vede gli piace, se per caso non ci siano troppe informazioni sul sito (caos cognitivo), se ogni azione è guidata da un’unica strategia, se si può migliorare lo storytelling e la qualità dei contenuti.

L’approccio è sempre lo stesso. Conoscere, capire, agire. In fondo la strategia parte dall’analisi, quindi, periodicamente l’analisi dei dati diventa fondamentale, per rivedere la strategia, implementarla, o migliorarla, oppure cambiarla drasticamente.

La Digital Audit è sicuramente un’attività vitale, molto interessante, perché spesso porta a scoprire informazioni, attitudini del consumatore, che forse non si erano previste.

Se ogni anno è fondamentale fare le pulizie di primavera, in ambito digitale, una digital audit annuale, se non a volte semestrale è sicuramente indicata.

L’importanza della User eXperience

Foto from Pexel

L’importanza della User eXperience

Parliamo sempre di quanto sia fondamentale connettersi con l’audience, creare un legame con i clienti, o i prospect, ma spesso rischiamo di dimenticarci che la relazione passa anche dall’interazione che in primis si ha con il sito di un brand, o con una mobile app.

La User eXperience, più comunemente definita UX, viene costruita pensando all’esperienza che l’utente dovrebbe fare interagendo con una digital property.

Se la relazione è il fattore nodale, allora lo è soprattutto l’UX, esattamente come l’esperienza utente in uno store, piuttosto che in un qualsivoglia luogo fisico.

Pensare e costruire la migliore esperienza utente, permette alle persone di vivere un momento con la marca che sia soddisfacente, perché semplice, immediato ed efficace.

La vita è complessa, i problemi e le scocciature quotidiani tantissime, se anche navigando su un sito, o utilizzando un app, ci troviamo di fronte a percorsi complicati e poco intuitivi, allora c’è qualcosa che non funziona.

Semplificazione e immediatezza devono diventare un mantra.

Spesso nelle cosiddette audit digitali, si incontrano percorsi macchinosi, a volte dovuti a scelte creative, a volte perché più semplicemente si riutilizza una UX già sviluppata per un altro prodotto.

Ogni brand, ogni prodotto, ha una sua personalità, un suo posizionamento.

Alla stessa stregua il modo di fruirlo “digitalmente” dovrebbe essere unico e suo proprio.

Pensare alla UX come ad un elemento fondante della personalità di marca, o della sua estensione, così come avviene per lo studio dei retail store è altresì importante.

Per delineare la migliore UX possibile, bisogna avere però in mente l’utente tipo, ovvero una “personas”. La personas è un archetipo, rappresenta un potenziale utente di un sito o di un app.

Nella progettazione centrata sull’utente, la o le personas, aiutano il team di progettazione a costruire lo sviluppo attorno agli utenti stessi.

Le personas esistono dalla metà degli anni ’90, ma attualmente sono parte integrante della fase di ricerca che precede lo sviluppo della UX. Nel definire gli utenti tipo, si raccolgono dati relativi agli obiettivi e alle frustrazioni dei potenziali user.

Leggi anche : Conoscere la propria Audience

Solitamente esiste più di un utente tipo che interagirà con il sito o con l’app.

Quindi come sempre l’utente, il target, l’audience potenziale, sono sempre al centro.

Connettersi con la propria Audience

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Connettersi con la propria audience significa prima di tutto conoscerla

In una relazione, o nello stabilire una qualsiasi relazione, il primo gesto che si compie è quello di mettersi in ascolto, di capire quali sono gli interessi e le passioni dell’altro, per cercare un terreno comune di dialogo. Accade tutti i giorni, a tutti gli esseri umani, di qualsiasi età, latitudine, professione.

È un processo normale, che riguarda le relazioni personali, così come quelle professionali.

Nel costruire l’identità di un Brand, si sviluppa la personalità della marca, perché serve a comunicarla e in qualche modo ad umanizzarla.

Partendo da questa base, è immediato e semplice capire che anche i Brand, esattamente come le persone, per innescare una relazione, creare un dialogo con la propria audience, devono prima di tutto conoscerla.

Conoscere l’audience, quindi, esattamente come nelle relazioni umane, significa conoscerne gli interessi, le passioni, i problemi, i gusti e le preferenze.

Le strategie di marketing e di comunicazione replicano semplicemente dei modelli di comportamento che ci sono familiari e che applichiamo ogni giorno nella nostra quotidianità.

In pratica sviluppare una comunicazione efficace, significa aver ascoltato e compreso gli interessi delle persone con cui vogliamo entrare in contatto e di conseguenza sviluppare dei contenuti, dei prodotti o dei servizi che effettivamente siano di loro interesse.

Influencer si, influencer no.

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Influencer si, influencer no. Ma i follower saranno reali?

Tutte domande legittime e ormai quotidiane. Il fenomeno degli influencer non è più un fenomeno, è la quotidianità.

Sono la versione 4.0 del passaparola. Ecco perché prende sempre più piede la tendenza a voler ingaggiare micro influencer (tra i 10.000 e i 100.000 follower), fino addirittura ad arrivare ai nano influencer (tra i 2.000 e i 10.000 follower).

La domanda sorge spontanea, perché una società dovrebbe ingaggiare un team di micro, o nano, influencer, anziché personaggi molto più noti con fanbase molto più nutrite?

La risposta è altrettanto semplice, al netto dell’ottimizzazione del costo, la relazione di questi micro, o nano, influencer con i propri follower è più vera, reale.

Si tratta di persone che sono come noi, che hanno un lavoro, che non saldano i conti a fine mese facendo gli influencer, ma che hanno la loro opinione.

Un punto di vista personale.

Nella pratica non è molto diverso dall’ascoltare il consiglio di un amico riguardo ad un nuovo ristorante. Rispecchia maggiormente la logica di piattaforme come Tripadvisor.

Vero è che se il soggetto in questione riceve denaro, o un cambio merce, a fronte della sua recensione, lo deve comunque evidenziare, sta poi alla capacità delle persone effettuare una disamina sulla bontà o meno della valutazione che avrà effettuato.

Così come nessuno prende più per oro colato quanto esce sui giornali o i notiziari, così succede alle recensioni di prodotti e servizi da parte degli influencer.

La grande differenza però sta nel fatto che nella maggior parte dei casi, utilizzare un influencer con più di 100.000 follower fa più bene all’influencer, che al brand che lo ha ingaggiato.

Questo perché quanto più forte è la notorietà dell’influencer, tanto più tenderà a cannibalizzare il brand, se non sono sullo stesso livello di visibilità e forza comunicativa.

Inoltre, gli influencer più noti, sono così costantemente richiesti, che si ritrovano a promuovere talmente tanti brand, che diventa difficile per le persone trovare un legame effettivo ed efficace tra il brand X e l’influencer Y.

Insomma, il rischio è spendere molto per una visibilità mediatica, il cui ritorno non è per nulla certo. Resta poi sempre il dubbio:

I follower saranno veri oppure comprati? L’engagement è reale, oppure sta utilizzando un algoritmo?

Le piattaforme, specialmente Instagram, stanno ormai contrastando l’acquisizione “programmata” di follower, così come stanno cercando di evitare che tra influencer si supportino tra loro per spingere ogni volta l’ultimo post reciproco per dargli più visibilità.

Detto ciò, è sempre bene analizzare approfonditamente gli influencer che si intende utilizzare, per capire, se hanno follower organici, un buon engagement reale, e poi l’affinità con il proprio brand, ma soprattutto l’affinità della loro fanbase rispetto alla marca.

Non è più sufficiente scegliere sulla base di un “gut feeling” o su una veloce overview dei profili e della richiesta dei dati direttamente all’influencer.

Bisogna analizzare le persone individuate e scegliere, come avviene per ogni spazio media acquisito, su una base di solidi dati numerici.

La strategia: tutto parte dall’analisi

Strategia nel Gioco

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“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura.”

Spesso nei libri di comunicazione e di marketing, in riferimento alla strategia, si cita il libro “L’Arte della Guerra”, questo perché è il primo trattato di strategia. Partendo da questo presupposto è facile comprendere, come tutto parta dall’analisi e dalla conoscenza.

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.” – Sun Tzu

Ecco quindi che già ne “L’Arte della Guerra” l’analisi e la conoscenza vengono individuate come elementi fondamentali per lo sviluppo della strategia.

Conoscere la concorrenza, però, non è più sufficiente. È importante conoscere se stessi, i propri punti di forza e debolezza, ma soprattutto sapere cosa pensano le persone.

L’ascolto della rete, delle conversazioni online e sui social media, è quanto mai fondamentale.

È lo specchio di come quello che si sta facendo, o non facendo, abbia un impatto su business, immagine, …

Nello sviluppo della strategia è quindi centrale capire cosa vogliono le persone, il cosiddetto target.

Sapere cosa le muove, cosa le spinge ad agire in un certo modo, cosa le interessa, diventa una leva per direzionare la strategia e tutte le azioni di un personaggio pubblico, qualora sia esso il cliente, o un’azienda, cliente brand.

Lavorare ad una strategia senza visione d’insieme del mercato, dei competitor, di un’analisi approfondita della propria realtà aziendale, o personale, e poi di ciò che pensano le persone, è un po’ come guidare alla cieca.

La strategia è la rotta, e come nel caso di un viaggio in barca a vela, senza un adeguato punto nave, una situazione del vento e delle condizioni metereologiche, la conoscenza del percorso e degli eventuali ostacoli presenti e delle competenze del proprio equipaggio e delle proprie risorse, diventa rischioso e pericoloso prendere il largo.

L’importanza del Personal Branding

Personal Branding

“Sette tendenze relative al Personal Branding.”

Soltanto pochi anni fa c’erano meno relatori per conferenze, pubblicazioni online affidabili e blog di brand – ma soprattutto, meno concorrenza tra quelli esistenti.

Il mondo però è cambiato, e chiunque ha almeno un profilo social media, senza contare tutti quelli che stanno cercando di diventare degli influencer, soprattutto su Instagram.  Le brand inoltre stanno tutte costruendosi il proprio blog, vuoi per migliorare l’indicizzazione SEO dei propri siti, e soprattutto dei siti e-commerce, vuoi per evitare di non esserci, rispetto ai propri competitor.

Le aziende quindi stanno cercando di emergere, di farsi notare, in una rete sempre più affollata. Competere sul prezzo può essere complicato, la qualità del servizio e del prodotto sono davvero importanti, ma le persone vogliono relazionarsi con aziende di cui si fidano. È vero quindi, che se si riesce a creare una connessione one to one con il proprio target attraverso i contenuti sviluppati dal proprio marchio, ciò può effettivamente differenziare la società X dai suoi competitor. Le parole chiave però sono sempre qualità, dei contenuti, e rilevanza degli stessi.

Sette tendenze relative al Personal Branding.

  1. Educazione

Un fattore chiave nella costruzione di un marchio di successo è essere davvero educativi.

Dato la presenza costante di fake news, e una generale mancanza di fiducia nelle informazioni, l’educazione genuina non è mai stata più importante. I brand devono tenerne conto, e se investono nella produzione di contenuti devono essere molto attenti, perché le persone sono sempre più alla ricerca di fonti di cui possono fidarsi davvero.

  1. Channel Distribution

Non basta aver costruito il contenuto migliore del mondo, se non lo si comunica, se non lo si pubblicizza online, se non lo si distribuisce, nessuno lo vedrà mai.

Le piattaforme social media sono perfette in questo. Basta definire la giusta strategia e il giusto investimento.  Anche gli Influencer in questo senso hanno un ruolo fondamentale. Sono da considerarsi media a tutti gli effetti, perché le persone apprezzano i canali di fiducia.

  1. Gli investimenti di personal branding: un vantaggio per l’azienda.

Investire sulle persone che lavorano in una società è importante, non solo in termini di formazione, ma ormai, sempre in più, anche in termini di visibilità mediatica. Un proprio dipendente, di un certo livello, profilo, competenza può diventare a suo volta uno dei migliori ambassador di un brand.

  1. Diversi strumenti, diversi obiettivi.

Se i dipendenti possono diventare essi stessi ambassador, allora il fatto che abbiano dei profili social media con una certa rilevanza, vengano intervistati, partecipino ad un podcast, o siano parte di alcuni contenuti video della società, porta un vantaggio, diverso per ognuno dei mezzi sopra citati. Ci sono tonnellate di strumenti diversi che si possono usare; quelli che si sceglieranno dipenderanno in maniera diretta dagli obiettivi che si sta cercando di perseguire.

  1. Il coinvolgimento in prima persona fa la differenza. Uscire dall’ufficio, diventa fondamentale

I contenuti digitali hanno un peso, ma c’è una vera opportunità nella comunicazione in prima persona. Partecipare ad un evento, fare uno speech, incontrare fisicamente le persone ha un peso che difficilmente la presenza digitale potrà mai sostituire. Quando le persone che leggono e condividono i tuoi contenuti ti incontrano di persona, c’è una grossa differenza.

  1. Attivazione del contenuto

L’ “attivazione del contenuto” descrive una pratica che aiuta a documentare i momenti che innescano idee per il contenuto. Alcune delle migliori marche sono costruite ascoltando il pubblico, identificando le cose che le coinvolgono e poi sviluppandole. Fare le domande giuste e scoprire quali siano i trigger di contenuto più coinvolgenti è una strategia imprescindibile.

  1. Il personal branding è una voce ufficiale del budget

È raro ormai che un amministratore delegato di un’azienda non sia a sua volta un “brand”, con un suo budget dedicato. Non è sempre stato così, ma ora sta diventando un vero e proprio trend, che scaturisce budget di comunicazione dedicati.

Fonte: John Hall – CEO di Influence & Co.