Digital Audit

DIGITAL AUDIT: serve, ma perché?

Le società si stanno tutte muovendo sul digitale. Alcune sono ad un livello più avanzato, altre stanno muovendo alcuni passi con cautela.

Gli investimenti sul digitale crescono e stanno cominciando a pesare parecchio. Diventa quindi fondamentale analizzare, in maniera costante, le performance delle proprie property digitali, i canali social media, se presenti, valutare come si sta utilizzando gli strumenti paid e owned, il tutto riparametrando la propria realtà nei confronti di quella dei competitor, e perché no, anche di best case che esulano dal mercato in cui si opera.

Monitorare durante l’anno, o i mesi, o le settimane gli analytics di Google non è sufficiente. È sicuramente utile, ma non abbastanza.

Guardando le performance di ogni singola azione in ambito digitale, si può capire dove si perdono utenti, come mai non si aumentano i lead, oppure perché straordinariamente la ricerca organica funziona meglio di quella a pagamento.

Significa avere una visione d’insieme, che poi va necessariamente in profondità, scrutando con occhio critico ogni elemento, ogni azione compiuta online.

Chiaramente questo tipo di attività è possibile farlo una volta l’anno, così da avere un’idea precisa di come stanno andando effettivamente le cose, per poter correggere la digital strategy dell’anno successivo, oppure nel frattempo, attuare dei mini correttivi in tempi brevi.

È così vitale per ogni azienda? Di base si, soprattutto se si è dotati di un e-commerce.

È l’equivalente di analizzare la rete vendita della società o i canali di distribuzione, perché alla fine del funnel l’obiettivo resta sempre uno, e uno soltanto, vendere.

Per farlo però bisogna capire sempre in maniera efficace con chi si sta parlando, qual è il target, come lo stiamo raggiungendo, se gli stiamo parlando nel modo giusto, se quello che vede gli piace, se per caso non ci siano troppe informazioni sul sito (caos cognitivo), se ogni azione è guidata da un’unica strategia, se si può migliorare lo storytelling e la qualità dei contenuti.

L’approccio è sempre lo stesso. Conoscere, capire, agire. In fondo la strategia parte dall’analisi, quindi, periodicamente l’analisi dei dati diventa fondamentale, per rivedere la strategia, implementarla, o migliorarla, oppure cambiarla drasticamente.

La Digital Audit è sicuramente un’attività vitale, molto interessante, perché spesso porta a scoprire informazioni, attitudini del consumatore, che forse non si erano previste.

Se ogni anno è fondamentale fare le pulizie di primavera, in ambito digitale, una digital audit annuale, se non a volte semestrale è sicuramente indicata.

Influencer si, influencer no.

Foto from Pexel

Influencer si, influencer no. Ma i follower saranno reali?

Tutte domande legittime e ormai quotidiane. Il fenomeno degli influencer non è più un fenomeno, è la quotidianità.

Sono la versione 4.0 del passaparola. Ecco perché prende sempre più piede la tendenza a voler ingaggiare micro influencer (tra i 10.000 e i 100.000 follower), fino addirittura ad arrivare ai nano influencer (tra i 2.000 e i 10.000 follower).

La domanda sorge spontanea, perché una società dovrebbe ingaggiare un team di micro, o nano, influencer, anziché personaggi molto più noti con fanbase molto più nutrite?

La risposta è altrettanto semplice, al netto dell’ottimizzazione del costo, la relazione di questi micro, o nano, influencer con i propri follower è più vera, reale.

Si tratta di persone che sono come noi, che hanno un lavoro, che non saldano i conti a fine mese facendo gli influencer, ma che hanno la loro opinione.

Un punto di vista personale.

Nella pratica non è molto diverso dall’ascoltare il consiglio di un amico riguardo ad un nuovo ristorante. Rispecchia maggiormente la logica di piattaforme come Tripadvisor.

Vero è che se il soggetto in questione riceve denaro, o un cambio merce, a fronte della sua recensione, lo deve comunque evidenziare, sta poi alla capacità delle persone effettuare una disamina sulla bontà o meno della valutazione che avrà effettuato.

Così come nessuno prende più per oro colato quanto esce sui giornali o i notiziari, così succede alle recensioni di prodotti e servizi da parte degli influencer.

La grande differenza però sta nel fatto che nella maggior parte dei casi, utilizzare un influencer con più di 100.000 follower fa più bene all’influencer, che al brand che lo ha ingaggiato.

Questo perché quanto più forte è la notorietà dell’influencer, tanto più tenderà a cannibalizzare il brand, se non sono sullo stesso livello di visibilità e forza comunicativa.

Inoltre, gli influencer più noti, sono così costantemente richiesti, che si ritrovano a promuovere talmente tanti brand, che diventa difficile per le persone trovare un legame effettivo ed efficace tra il brand X e l’influencer Y.

Insomma, il rischio è spendere molto per una visibilità mediatica, il cui ritorno non è per nulla certo. Resta poi sempre il dubbio:

I follower saranno veri oppure comprati? L’engagement è reale, oppure sta utilizzando un algoritmo?

Le piattaforme, specialmente Instagram, stanno ormai contrastando l’acquisizione “programmata” di follower, così come stanno cercando di evitare che tra influencer si supportino tra loro per spingere ogni volta l’ultimo post reciproco per dargli più visibilità.

Detto ciò, è sempre bene analizzare approfonditamente gli influencer che si intende utilizzare, per capire, se hanno follower organici, un buon engagement reale, e poi l’affinità con il proprio brand, ma soprattutto l’affinità della loro fanbase rispetto alla marca.

Non è più sufficiente scegliere sulla base di un “gut feeling” o su una veloce overview dei profili e della richiesta dei dati direttamente all’influencer.

Bisogna analizzare le persone individuate e scegliere, come avviene per ogni spazio media acquisito, su una base di solidi dati numerici.

L’importanza del Personal Branding

Personal Branding

“Sette tendenze relative al Personal Branding.”

Soltanto pochi anni fa c’erano meno relatori per conferenze, pubblicazioni online affidabili e blog di brand – ma soprattutto, meno concorrenza tra quelli esistenti.

Il mondo però è cambiato, e chiunque ha almeno un profilo social media, senza contare tutti quelli che stanno cercando di diventare degli influencer, soprattutto su Instagram.  Le brand inoltre stanno tutte costruendosi il proprio blog, vuoi per migliorare l’indicizzazione SEO dei propri siti, e soprattutto dei siti e-commerce, vuoi per evitare di non esserci, rispetto ai propri competitor.

Le aziende quindi stanno cercando di emergere, di farsi notare, in una rete sempre più affollata. Competere sul prezzo può essere complicato, la qualità del servizio e del prodotto sono davvero importanti, ma le persone vogliono relazionarsi con aziende di cui si fidano. È vero quindi, che se si riesce a creare una connessione one to one con il proprio target attraverso i contenuti sviluppati dal proprio marchio, ciò può effettivamente differenziare la società X dai suoi competitor. Le parole chiave però sono sempre qualità, dei contenuti, e rilevanza degli stessi.

Sette tendenze relative al Personal Branding.

  1. Educazione

Un fattore chiave nella costruzione di un marchio di successo è essere davvero educativi.

Dato la presenza costante di fake news, e una generale mancanza di fiducia nelle informazioni, l’educazione genuina non è mai stata più importante. I brand devono tenerne conto, e se investono nella produzione di contenuti devono essere molto attenti, perché le persone sono sempre più alla ricerca di fonti di cui possono fidarsi davvero.

  1. Channel Distribution

Non basta aver costruito il contenuto migliore del mondo, se non lo si comunica, se non lo si pubblicizza online, se non lo si distribuisce, nessuno lo vedrà mai.

Le piattaforme social media sono perfette in questo. Basta definire la giusta strategia e il giusto investimento.  Anche gli Influencer in questo senso hanno un ruolo fondamentale. Sono da considerarsi media a tutti gli effetti, perché le persone apprezzano i canali di fiducia.

  1. Gli investimenti di personal branding: un vantaggio per l’azienda.

Investire sulle persone che lavorano in una società è importante, non solo in termini di formazione, ma ormai, sempre in più, anche in termini di visibilità mediatica. Un proprio dipendente, di un certo livello, profilo, competenza può diventare a suo volta uno dei migliori ambassador di un brand.

  1. Diversi strumenti, diversi obiettivi.

Se i dipendenti possono diventare essi stessi ambassador, allora il fatto che abbiano dei profili social media con una certa rilevanza, vengano intervistati, partecipino ad un podcast, o siano parte di alcuni contenuti video della società, porta un vantaggio, diverso per ognuno dei mezzi sopra citati. Ci sono tonnellate di strumenti diversi che si possono usare; quelli che si sceglieranno dipenderanno in maniera diretta dagli obiettivi che si sta cercando di perseguire.

  1. Il coinvolgimento in prima persona fa la differenza. Uscire dall’ufficio, diventa fondamentale

I contenuti digitali hanno un peso, ma c’è una vera opportunità nella comunicazione in prima persona. Partecipare ad un evento, fare uno speech, incontrare fisicamente le persone ha un peso che difficilmente la presenza digitale potrà mai sostituire. Quando le persone che leggono e condividono i tuoi contenuti ti incontrano di persona, c’è una grossa differenza.

  1. Attivazione del contenuto

L’ “attivazione del contenuto” descrive una pratica che aiuta a documentare i momenti che innescano idee per il contenuto. Alcune delle migliori marche sono costruite ascoltando il pubblico, identificando le cose che le coinvolgono e poi sviluppandole. Fare le domande giuste e scoprire quali siano i trigger di contenuto più coinvolgenti è una strategia imprescindibile.

  1. Il personal branding è una voce ufficiale del budget

È raro ormai che un amministratore delegato di un’azienda non sia a sua volta un “brand”, con un suo budget dedicato. Non è sempre stato così, ma ora sta diventando un vero e proprio trend, che scaturisce budget di comunicazione dedicati.

Fonte: John Hall – CEO di Influence & Co.